White Christmas, Black Power

“Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l’incudine delle azioni di massa ed il martello della lotta armata dobbiamo annientare l’apartheid!” (Nelson Mandela, 1980).

“Nelson Mandela should be shot” (Teddy Taylor MP, 1980).

 THATCHER-MANDELA-770x481In questi giorni di commemorazione per la morte di Nelson Mandela abbiamo assistito alla passerella di importanti politici e leader mondiali impegnati in una stucchevole gara all’esaltazione e all’elogio incondizionato del primo presidente nero del Sudafrica.

Una grande luce si è spenta. Mandela è stato un eroe del nostro tempo”, così, ad esempio, si è espresso il premier britannico David Cameron, membro del partito conservatore; lo stesso, detto tra parentesi, alla guida del quale, negli anni del carcere di Mandela, fu la Lady di Ferro Margaret Thatcher, accanita sostenitrice dell’apartheid e per la quale il leader nero era niente meno che un “terrorista”.

Significativo pensare che fino al 2008 l’ANC (African National Congress), il partito di Mandela, è stato presente nella Watch List governativa americana sulle organizzazioni terroristiche.

Mandela, a differenza del ritratto riconciliatore che ne viene fatto oggi dai media mainstream, non era affatto un “Gandhi africano”.

Dopo essersi affacciato nel 1942 all’universo della lotta politica anti-apartheid come membro dell’ANC, vista l’inefficacia delle pratiche non violente e di disobbedienza civile, partecipò alla fondazione dell’Umkhonto we Sizwe (“Lancia della nazione” o MK) del quale divenne comandante.

Questa coalizione, nata dall’alleanza tra ANC e Partito Comunista Sudafricano, si dedicò sistematicamente per quasi trent’anni a pratiche di sabotaggio e azioni di guerriglia urbana, contro obiettivi sensibili del regime segregazionista bianco: siti militari, industriali, civili e infrastrutture. L’attacco più importante portato avanti dall’MK fu quello contro la centrale nucleare di Città del Capo.

Fu proprio a causa di questi anni di militanza armata che Mandela, ed altri attivisti insieme a lui, subì un processo nel 1963 al seguito del quale fu condannato all’ergastolo per sabotaggio e cospirazione e imprigionato nel carcere di Robben Island, nel quale trascorse ben 27 anni.

Nonostante la prigionia proseguì anche da dietro le sbarre a dare il suo contributo alla lotta contro il regime segregazionista, lanciando proclami e facendo appelli al popolo nero per il prosieguo della lotta armata. Risale proprio a questi anni di carcere la nota (in)citazione, non esattamente pacificatrice, che abbiamo scritto in esergo.

Come è possibile allora l’esaltazione agiografica e idealistica pressoché unanime da parte delle tv e dei “potenti” del mondo alla quale abbiamo assistito in questi giorni? Ci provoca un certo disgusto leggere titoloni di giornali notoriamente conservatori tesserne artificialmente le lodi o vedere personalità quali George Bush o David Cameron sfilare orgogliosamente in un tributo menzognero a quello che all’epoca era un acerrimo nemico di tutto ciò che questi oggi rappresentano.

mandela communistCome suggerisce il filosofo Slavoj Zizek, in un’analisi pubblicata sul sito del Guardian, la risposta può essere trovata guardando agli ultimi 20 anni della vita di Mandela. Uscito dal carcere e poi divenuto presidente del Sudafrica, finalmente sconfitto l’apartheid, Mandela abbandonò le istanze di cambiamento di matrice socialista, che lo resero un alleato dell’URSS e un nemico dell’occidente per molti anni. Venuti meno i presupposti stessi per quelle istanze, dopo il crollo del muro di Berlino e il declino del blocco sovietico, non esistevano più sufficienti ragioni di opportunità politica per continuare una strada in tal senso, e Mandela si dedicò quindi a incrementare nel proprio Paese quel processo di pacificazione e normalizzazione che ormai aveva preso il via. Fu questa sua rinuncia alla prosecuzione di una prospettiva anti-capitalista, unita alle crescenti e sempre più insistenti pressioni internazionali, a renderlo una figura “inoffensiva” per lo stesso blocco capitalista, il quale poté far proprie in maniera ipocrita le ragioni della lotta di Mandela e così neutralizzarle, inquadrandole in una monca prospettiva di rivendicazione di diritti umani.

Non ci interessa però opporre sterilmente la figura del “Mandela rivoluzionario” a quella del “Mandela della riconciliazione”, perchè riconosciamo la grandezza di una figura che imboccò nella sua vita diverse strade e fece scelte ogni volta sorprendenti, ed è proprio in questa complessità che riconosciamo le sue qualità “eccezionali”.

Non ci interessa la costruzione di una figura idealizzata e mistificata, in un senso o nell’altro, quanto la straordinaria testimonianza di un uomo che seppe con le proprie forze dare un contributo dirompente al processo di liberazione anti-coloniale e alle profonde trasformazioni del suo tempo. Nella sua vita, nelle sue idee e nelle sue pratiche non crediamo di vedere tanto un santo o un eroe, ma un uomo che scelse di schierarsi con radicalità dalla parte di una causa collettiva e rivoluzionaria, al di là di quei banali posizionamenti tanto in voga nei dibattiti mediatici odierni, nei quali le possibilità della lotta politica vengono ridotte alla contrapposizione tra un’idealizzazione sterile della non violenza e un’esaltazione “nichilista” di una violenza rabbiosa incapace di trovare il suo indirizzo.

E’ in questa capacità di leggere con radicalità i percorsi della storia e di percorrerli con coraggio, nella fluidità di una vita che seppe abbattere numerose frontiere e superare con dignità una lunga prigionia, e che poi forse anche si fermò dinanzi ai muri troppo alti della ”riconciliazione globale”, che pensiamo di ritrovare il “vero” Mandela, quello che né i giornali né i politici possono prendere in considerazione, perchè sempre troppo pericoloso esempio di un desiderio che distrugge le catene della propria oppressione nel tentativo rivoluzionario di costruire una nuova e diversa strada di libertà.

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