Canzoni per i sordi

qotsaWhere the poetry seems to be is when you start in the dark and reach for the light” 

Josh Homme

It’s ok to not be macho, but it’s not ok to be a pussy“. Questa frase riassume bene l’approccio alla vita e alla musica di Josh Homme, gigantesco cowboy originario di Palm Desert, nella California meridionale vicino al confine con il Messico. Homme è noto per essere cantante, chitarrista, fondatore nonché unico membro fisso dei Queens of the Stone Age, una delle band più importanti e, verrebbe da dire, leggendarie degli ultimi vent’anni.

La musica dei Qotsa rifiuta completamente l’estetica da macho tipica della tradizione hard rock, pur essendo impregnata di distorsioni valvolari, riff schiacciasassi e psichedelia. Non è insomma una musica “per fighetti”, o come direbbe Josh, “pussyes”, termine che ovviamente non và riferito all’oggetto di desiderio più apprezzato dall’italiano medio ma è un dispergiativo gergale per indicare, appunto, la moscezza propria del fighettume americano e, aggiungeremmo noi, globale.

Il grande merito dei Qotsa, musicalmente parlando, è di aver saputo inventare una nuova grammatica per il rock del terzo millennio, filtrando buona parte della sua storia, dal punk hardcore americano (Black Flag su tutti), all’ heavy rock più psichedelico dei primi ’70 (Black Sabbath e Hawkwind), passando per il kraut-rock, gli Stooges, i Kinks e il grunge attraverso un’ottica particolarissima e innovativa pur rimanendo ancorati saldamente nel rock’n’roll, quello con le scale pentatoniche, i quattro strumenti base e tutto il resto, per intenderci.In questi anni popolati da gruppi radio-friendly che suonano tutti uguali, e offrono una variegata galleria degli orrori popolata da capelloni pseudo-metallari coi giubbotti di jeans che hanno tutti, inspiegabilmente, la stessa voce baritonale, o da insopportabili bande di hipster indie-rock che suonano tutti quanti lo stesso identico pezzo simil-disco in 4/4, con le chitarre campionate da pro-tools che sembrano finte e le voci da Zecchino d’Oro, i Queens of the Stone Age rappresentano un autentico baluardo di speranza per tutti coloro che credono che il rock, vivo o morto che sia, debba nuovamente trovare il coraggio di parlare di sesso, violenza e di quelle poche altre cose per cui vale davvero la pena di vivere.

Ma che cos’è che rende i Queens of the Stone Age così vicini al puro spirito selvaggio del rock’n’roll e al tempo stesso così complessi e ricchi da un punto di vista compositivo? La prima risposta che viene in mente è che sono uno dei pochi gruppi a non aver rinunciato ad un’autentica ricerca sul suono. Questo punto sembra accomunare molte delle band più interessanti della scena contemporanea (gli Arcade Fire e, anche se non hanno ormai molto a che spartire con il rock in senso stretto, i sempreverdi Radiohead, o formazioni sperimentali come Ulver e SunnO))) ), proprio perchè il problema principale della scena rock attuale (e non solo) è la sensazione di onnipresente appiattimento sonoro. Un appiattimento che sembra fare da eco e da specchio a quello che verifica tra le forme di vita, e le loro possibili sperimentazioni, nel presente Imperiale. Viviamo nel momento delle forme di vita preconfezionate, dei profili-carriera selezionabili, dei saperi impacchettati e imballati e, non da ultimo, dei suoni di plastica. Le chitarre, le batterie, perfino le voci dei gruppi che girano su MTV e Virgin Radio, apparte poche eccezioni, suonano tutte allo stesso modo. Questa involuzione nello sviluppo del sound è dovuta solo in parte all’introduzione delle tecniche digitali di composizione, perchè grandi artisti della scena elettronica hanno dimostrato invece il potenziale artigianale e altamente creativo di queste innovazioni. Va piuttosto imputata all’incapacità di esprimere, nella musica, contenuti etici.

Se si ascoltano attentamente i tre quarti dei gruppi indie di oggi ci si rende conto che, sotto una produzione super-effettata, sotto decine di livelli di sovraincisioni, queste band non parlano assolutamente di niente.

Questo ci porta al secondo elemento della nostra riflessione, che è la capacità di saper rinnovare, in maniera rivoluzionaria, il nesso tra arte e vita.

QOTSA_mg_5853Questo elemento, come la ricerca prettamente tecnica sul sound, accomuna i Qotsa e altre tra le band più interessanti di questi anni, ma vede proprio nel gruppo di Homme la massima espressione attuale. Non intendiamo qui affermare la necessità di una sostanziale omogeneità di contenuti tra la vita di un artista e la sua opera, semplicemente la necessità di un nesso, di un rapporto, tra la forma di vita e la sua espressione artistica. Questo nesso però è assolutamente personale e sempre da inventare, può assumere le forme più strane e imprevedibili, può essere in negativo, per obliquo, prendere ogni direzione e sarà sempre, per forza di cose, unico. Riuscire a stabilire un nesso tra vita e espressione artistica è già di per sè un atto creativo incredibile, che conferisce al gesto artistico una dimensione etica. Per questo il rock’n’roll è vita, sangue, amore e morte, sesso e violenza; senza questo, niente rock’n’roll.

Non ci interessa tanto al momento discutere se il rock sia di per sè tramontato storicamente come forma di espressione, ma cercare di scoprire se la sua grammatica può ancora essere utile per incendiare il presente, anche, se necessario, attraverso il superamento della sua stessa forma come genere musicale.

I Queens of the Stone Age sono un gruppo che va in questa direzione, e pur rimanendo saldamente ancorati agli elementi di base del genere, ne reinventano non solo la grammatica musicale ma anche quella che potremmo chiamare la forma-soggettività che lo produce. Non si sa nemmeno se siano una band, un collettivo aperto, un gruppo di amici, una comunità nomade di guitar-freaks, acidomani, cowboys, rockstars e grandissimi musicisti che si ritrova nelle profondità delle badlands californiane per dar vita alle sue spericolate (e talvolta inquietanti) fantasie. Attorno a un centro più o meno stabile, Josh Homme, gravitano personaggi leggendari con le loro incredibili storie da raccontare, come il cantautore blues-grunge Mark Lanegan, il cocainomane punk Nick Oliveri, il batterista voodoo Jon Theodore, il geniale polistrumentista Dave Grohl e molti altri, fino ad arrivare a Trent Reznor e all’insospettabile Elton John. Nel loro ultimo album, “Like Clockwork”, si esprime molto bene questo carattere di comunità nomade, riunita nel ranch di quel gentiluomo del Sud che è Homme. Un album più riflessivo e meno “tirato” dei precedenti, ma con grandi vette emotive e che rappresenta probabilmente la loro migliore uscita dai tempi del capolavoro Songs for the Deaf.

Nelle loro incredibili performance dal vivo, come quella da poco avvenuta a Milano davanti a migliaia di persone completamente esaltate dallo show, le accordature ribassate dalle loro chitarre, sparate da amplificatori da migliaia di watt, riescono a far tremare il pavimento e le pareti come una tempesta di sabbia del deserto, sarà per questo che le loro canzoni sono “per i sordi” (deaf). E quando Josh Homme, durante l’esecuzione della incendiaria Feel Good Hit of Summer (il cui testo ripete continuamente una lista della spesa fatta da droghe assortite), si interrompe per intonare Rehab di Amy Winehouse, tra gli applausi del pubblico, si intuisce che il buon Joshua non ci sta prendendo in giro, che sta facendo sul serio e sa bene di quello che parla. In quel momento i Qotsa stanno porgendo un omaggio ad una grande artista che ha saputo incarnare l’aspetto più nero e più drammatico della musica, perchè in qualche modo quella storia è anche la loro. Perchè la forza della musica di questa specie di strani piccoli Rolling Stones dei nostri tempi, è di saper essere dura, tirata (come dimostrato a Milano dall’impressionante wall of death durante l’esecuzione dell’ultima canzone, A Song for the Dead) e allo stesso tempo, in ogni momento, capace di commuovere.

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