Tu vò fa l’ammericano

Knowledge-mobilization-word-cloudLa campana per l’università pubblica sta per suonare. I processi di riforma che hanno investito i grandi atenei in Europa stanno trasformando più o meno in profondità la struttura dell’istituzione universitaria. Gli ultimi decenni di politiche neoliberiste si pongono l’obiettivo di cancellare del tutto la funzione di emancipazione sociale che l’università era riuscita a svolgere nella seconda metà del Novecento, per rendere l’istruzione superiore territorio di conquista per privati e imprese.

Il punto di arrivo di questo percorso, la punta dell’iceberg, così scomoda da essere nascosta da tutte le testate giornalistiche del nostro Paese, la troviamo in Grecia, dove a seguito del definanziamento a cui è stato sottoposto tutto lo stato sociale si è arrivati addirittura alla chiusura dell’università di Atene, la più grande dei Balcani, e di numerosi altri istituti. In Italia non siamo ancora arrivati a questo, ma le riforme che si sono abbattute in questi anni sull’università pubblica iniziano a sortire i loro effetti: calo delle iscrizioni dovuto alla sempre più scarsa possibilità di realizzare, grazie alla laurea, il percorso di vita desiderato; drastico ridimensionamento dei corsi di laurea e dell’offerta didattica; massiccio ingresso dei privati nei CdA universitari; conflitto fra saperi “produttivi” e “improduttivi” determinato da gerarchie imposte da organi di valutazione dai dubbi criteri di scientificità. Quest’ultimo punto merita un approfondimento. La classifica degli atenei più meritevoli viene stilata da un organismo chiamato Anvur, che si basa su criteri esclusivamente “monetari”: come dice il filosofo Tullio Gregory in un’intervista su “il manifesto”, il risultato del lavoro di un ricercatore è ridotto «un “prodotto” il cui valore è misurato dal successo sul mercato». Nessuna attenzione, nessun interesse per la valenza scientifica e culturale della singola ricerca: un’università “merita” una migliore o peggiore posizione in classifica, e quindi maggiore o minore considerazione scientifica, a seconda del numero di ricerche che pubblica, del numero di brevetti che produce, insomma a seconda del profitto che fa. Punto. Conseguenza immediata di questo metodo di valutazione è il declassamento delle discipline umanistiche, notoriamente meno profittevoli, a vere e proprie palle al piede degli atenei, che quindi destinano loro una fetta sempre più ridotta dei già pochi fondi che ricevono.

Per vedere il punto d’arrivo del processo di riforma che è iniziato in Italia e in Europa, basta dare un’occhiata a ciò che succede negli USA, dove il “modello anglosassone”, tanto decantato dai nostri governanti come il modello del futuro, l’unico sostenibile per lo Stato e davvero meritocratico, ha raggiunto la forma più completa. Come leggiamo in un articolo tradotto su “Internazionale”, nonostante la narrazione dominante descriva la laurea come l’unico mezzo grazie al quale gli studenti possono “scrivere il proprio destino”, come l’unico strumento di mobilità sociale, la realtà è ben diversa: invece di creare classe media, gli atenei non sono altro che imprese atte a soddisfare le richieste delle imprese. Gli studenti vengono attratti in una trappola formidabile: convinti che solo con la laurea potranno realizzare i propri sogni, sono disposti a pagare qualsiasi prezzo, non solo per le rette (altissime, arrivano ai 60.000 dollari l’anno), ma anche per i corsi preparatori, i test d’ingresso, i libri di testo, gli affitti degli alloggi ecc. Ogni aspetto della vita accademica, insomma, viene sfruttato per fare profitto sulla pelle degli studenti i quali, per sostenere i costi, sono costretti a contrarre debiti enormi, che non riusciranno mai ad estinguere, finendo nelle mani delle banche. Queste, però, negli ultimi tempi non sembrano più disposte ad erogare prestiti. JPMorgan, uno dei più importanti istituti finanziari americani, ha emesso un comunicato in cui si dice che, da ottobre, non darà più un soldo agli studenti, in quanto quello dei prestiti d’onore «è un mercato che non può più crescere significativamente». Parole che ricordano molto quelle che la stessa JPMorgan e altre banche d’affari come HSBC e Lehman Brothers pronunciarono nel 2006 subito prima dello scoppio della bolla speculativa di un altro mercato, quello dei mutui subprime, che ha causato l’inizio della crisi in cui ci troviamo ancora oggi. Non si vede perché la storia non dovrebbe ripetersi. Ci sarebbe da interrogarsi sul perché la grande finanza non ritiene più conveniente investire nella formazione, ma questo è un discorso ben più ampio che meriterebbe uno spazio maggiore di qualche riga in questo articolo.

L’università italiana si trova quindi presa tra due fuochi, entrambi pericolosissimi: da una parte, il rischio di “finire come la Grecia”, costretti a chiudere i battenti per mancanza di fondi; dall’altra, la “soluzione” anglosassone, che scarica tutto il peso dei costi della formazione sugli studenti, generando un circolo vizioso di persone costrette ad accettare lavori dequalifica(n)ti a basso costo per poter pagare quel debito che avevano contratto proprio per laurearsi ed evitare questo destino precario.

L’unico modo per uscire da questa “trappola mortale”, per evitare di dover scegliere tra chiusura ed indebitamento a vita, è una rinnovata consapevolezza studentesca che, rompendo ogni retorica meritocratica, porti ad una mobilitazione ampia e punti a creare un’università inclusiva, sociale, emancipata da baroni e privati, in cui non vi sia gerarchia tra discipline a seconda di quanto “utile” facciano entrare nelle casse dell’ateneo. Una mobilitazione, insomma, che punti ad un’università che produca sapere, non profitto. 

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